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Votiva Lux – Solaris (Cyc/ Audioglobe)
“Solaris is the best guitar record I’ve heard in years – beautiful!”. Occorre altro da aggiungere a quest’affermazione di Wayne Hussey, carismatico leader dei Mission, per consigliare l’ascolto dell’album in questione? Direi proprio di no! Poche parole, ma con gli aggettivi al posto giusto, le quali dovrebbero incuriosire ancor di più se pensiamo che il gruppo proviene dal nostro bistrattato stivale. “Solaris”, però, è un album maturo ed affascinante, che può oltrepassare qualsivoglia barriera geografica. Andrea Ghidini, Gabriele Bufalini, Giulio Sangirardi e Stefano Grassi sono giunti a questo risultato dopo mesi di intenso lavoro in studio, attraverso i quali hanno affinato e raffinato le geometrie sonore che già avevano piacevolmente colpito e sedotto più di un addetto ai lavori con l’e.p. “Lindbergh”, realizzato proprio all’inizio del nuovo millennio.
“Solaris” giunge a ben quattordici anni di distanza dalla nascita della band ed a sette da “Il Canto del Cigno?”, loro primo CD.
In tutti questi anni il gruppo ha realizzato demo, ha partecipato a compilation in tutta Europa e si è ben rodato dal vivo, per arrivare infine ad un cambio di formazione ed alla focalizzazione di un sound che ha fatto tirare in ballo nomi da un passato più lontano ed altri da uno a noi più vicino. I Votiva Lux si sono abbeverati alla stessa fonte alla quale hanno attinto i Pink Floyd, gli Hawkwind, i Loop, gli Spacemen 3, i My Bloody Valentine, quella fonte che ha instillato in questi gruppi il gusto per suoni ed atmosfere che sembrano provenire da lontane galassie. “Solaris” si muove lungo le coordinate di una musica cristallina ed ipnotica, con le chitarre in primo piano a ricamare arabeschi psichedelici e melodici capaci di suscitare emozioni d’intenso ed oscuro fascino. Le sue otto canzoni ci proiettano in un vortice attraverso il quale si dipanano scenari immaginari e fantastici, con la mente libera di ‘viaggiare’ in atmosfere oniriche e rarefatte. Ci troviamo di fronte ad un sound dove la voce ha perso ogni valenza comunicativa, tanto che viene relegata ai margini di un quasi sussurro solamente nel brano d’apertura. In brani di così intensa emotività sono i suoni a tramutarsi in parole ed a creare un linguaggio verbale proprio, un linguaggio che per essere recepito non ha bisogno della parola propriamente detta. Siamo un po’ lungo quel solco, seppur dalle sfaccettature diverse, tracciato dagli scozzesi Mogway. E’ solamente il gioco di specchi della nostra fantasia a recitare il ruolo principale ed a creare riflessi di luce intensa e policroma.
Adesso speriamo che non siano solo gli addetti ai lavori della stampa specializzata ad accorgersi della seducente bellezza di “Solaris”, ma che quest’album possa ritagliarsi un posto nelle orecchie nel cuore di un pubblico più vasto di quello dei soliti aficionados.
di Lus |