metamatik

METAMATIK FESTIVAL - 'Totem live' - Vicenza 27-28 giugno 2003

Alla seconda edizione del METAMATIK FESTIVAL, uno dei pochissimi raduni per gli amanti del dark folk e gothic in ambito live, SLOWBURN non poteva certo mancare: eccovi dunque un minuzioso resoconto, correlato da tante bellissime foto, del Nostro onnipresente ed irriducibile NICO. In questo reportage non mancheranno diverse considerazioni personali: invitandovi a scriverci per discutere su di esse, vi auguriamo una buona lettura.

----------------------

Arrivati da Bologna con un comodissimo treno, io ed i miei compagni d’avventura giungiamo infine dinanzi al ‘Totem Live’; è ancora chiuso e nell’attesa cogliamo l’occasione per salutare e scambiare quattro chiacchiere con quei pochi presenti che, come noi, sono sempre in giro per concerti e festival. Dopo una breve fila per il biglietto (contenuto il prezzo, comodo il braccialetto-pass, scomodissima invece la drink card, da riconsegnare e saldare ogniqualvolta si varcava la soglia del locale), finalmente entriamo nella discoteca, eccitati dal fatto che un programma simile, con tutti quegli artisti, di solito si trova in quei festival europei tipo Lipsia o Meraluna. Il locale è molto più piccolo del ‘Palalago’, dove si svolse la prima edizione del festival; io l’anno prima non c’ero, occupato a prendermi un acquazzone (che Dio lo mandava) durante il concerto dei Cure che si teneva poco distante (S. Lucia di Piave TV 24 lug‘02).
Trascorriamo il tempo sbirciando tra gli stands presenti, che come ogni raduno che si rispetti, erano tantissimi: ricordo quelli di Nikita, Ascension, Feronia, Sin Factory, Bahntier (complimenti per il tuo disco), ma soprattutto non posso scordare quello di Walter di Pisa non tanto perché lui è un mio amico o per i suoi dischi, che tra l’altro sono sempre gli stessi (bugia), quanto per il fatto che era assistito da una biondina mozzafiato, magrolina e sobriamente vestita, dagli occhi azzurri che provocavano commozione ed imbarazzo a guardarli…. Sto divagando, lo so, ma se volete un resoconto dettagliato beccatevi pure queste amenità! Comunque torniamo a noi…

DAY 1

Aprono il palco il duo formato da Dirk Evans ed Erik Van Wonterghem, ossia il progetto industrial denominato ‘SONAR’. Ho già avuto occasione di vedere questo project in azione (Neerpelt-B 8 lug‘99) e come allora i due manipolatori di suoni si posizionano sul palco l’uno di fronte all’altro e, premendo lo start sulle loro macchine, danno il via al Metamatik Festival. Le basi registrate partono e la performance del duo belga, schiacciando pulsantini, girando manopole ed alzando ed abbassando levette, si arricchisce di altri suoni, campionamenti o rumori. Premettendo che l’industrial non è tra i miei generi preferiti, quello che per i patiti era un ondata di suoni galvanizzanti, per me era un muro di rumori indistinguibili, ciò che per gli amanti dei “10.000 battiti al minuto” era ritmico, per me era monotono, se per i primi dalle casse usciva energia pura, per il sottoscritto quelle poverette erano già in saturazione (difatti per un paio di volte non hanno retto, provocando brevi interruzioni). Le stroboscopiche accecavano ed il fumo ed il caldo asfissiante rendevano il clima ancora più claustrofobico di quanto la musica dei Sonar non contribuisse a creare. Preso atto della mia ignoranza in materia e rassegnatomi al fatto che questo live act era dedicato solo a quei pochi adepti, che comunque si divertivano e godevano da matti, dopo due foto per dovere di cronaca, mi accingo a prendere una boccata d’aria. Mi dico tra me e me: “potrebbe andare peggio…potrebbe piovere…” parafrasando un film di Mel Brooks; ora, non so se io porto sfiga, ma all’improvviso venne giù un fitto temporale: praticamente potevi scegliere come infracicarti, fuori dal locale con la pioggia, dentro dal sudore.

Una volta asciugato il lago creatosi davanti al palco a causa di un’infiltrazione della violenta pioggia, mi apposto in primissima fila. Attendo impaziente l’uscita del mio folk singer preferito, ossia TONY WAKEFORD accompagnato dal bravissimo MATT HOWDEN. Avevo già visto il duo dal vivo (Prato ‘Siddharta’ 20 mag‘00) dove con soli voce chitarra e violino eseguirono gli episodi più belli dei ‘Sol Invictus’; quindi speravo di rivivere le stesse emozioni di quella serata toscana: purtroppo ignoravo quello che mi aspettava…… Dopo un’interminabile attesa vedo uscire un Tony Wakeford più grosso che mai (a Prato, e nel ’98 a Lipsia non era così obeso). A tracolla portava uno strumento che sembrava un giocattolo della ‘Chicco’: sembrava un basso, ma era troppo corto per esserlo, e le 4 corde sembravano dei tubicini di gomma trasparenti (guardate le foto se non ci credete e qualcuno più aggiornato di me mi spieghi cosa fosse quella cosa). Dopo di lui compare sul palco anche il fido collega Matt Howden e comincia il concerto. Da lì a poco comprenderò che non ci saranno episodi targati Sol Invictus, ma solo brani della produzione Howden-Wakeford: non che mi dispiacciano, anzi, il disco è molto bello e d’atmosfera, ottimo da ascoltare in viaggio o nel salotto di casa in completa solitudine, ma dal vivo… Matt, con il suo magico violino e la sua voce calda, faceva da padrone sul palco, mentre Tony, dove ogni tanto cantava qualcosa sottovoce e qualche volta pizzicava i tubi emostatici di quel “chiamiamolo basso”, era completamente assente. Il tutto poi condito da continue ed altissime basi registrate (basta!!!) che tediavano non poco. Quindi comprenderete la mia perplessità, se non delusione, nel vedere il proprio artista preferito in sandali da frate francescano, con camicia jeans taglia XXXXXLarge, e come optional uno strumento improponibile, con atteggiamento stanco, annoiato, disinteressato (praticamente scazzato). Dopo il concerto, che tra l’altro non era durato neanche tanto, anche noi abbiamo raggiunto il livello di stato d’animo di mr. Wakeford; la musica dei dj’s comincia, ma non ci va di muovere il sedere in pista; preferiamo andare a riposare per recuperare le energie necessarie per il giorno dopo.

DAY 2

Rieccoci davanti al ‘Totem Live’; stavolta la gente è un po’ di più, comprensibile dal fatto che è sabato, ed il programma è molto più accattivante del giorno prima. Riconosco gente da ogni parte d’Italia e, stranamente, anche tantissimi da Roma (tutti quelli che non vennero al festival di Bassiano LT). Ad aprire i concerti stavolta è Matt Howden che da solo proporrà il suo repertorio targato ‘SIEBEN’. E’ la prima volta che assisto ad un suo concerto da solo, purtroppo lo persi in quel di Prato per vedere il concerto dei ‘Kirie’+‘Gouge’ (Arceto RE 4 mag‘02). Devo ammettere che Matt ha un notevole carisma sul palco; è riuscito a coinvolgermi con quella miriade di suoni prodotti unicamente dal suo violino; attenzione! non si tratta di basi registrate (che tra l’altro non avrei retto) bensì di una tecnica che ora vi descriverò. Con un semplice deelay il nostro magniloquente artista, passo dopo passo crea le basi sulle quali la sua voce suadente e le parti soliste di violino si poggiano: tamburellando sul corpo dello strumento crea una base ritmica che l’effetto riproduce ciclicamente, poi con il mento gratta sul ponte delle corde creando un suono tipo charleston poi un primo giro di violino, poi un secondo giro e così via fino a quando la base non è completa. Devo dire che è stato interessante e divertente vedere le canzoni nascere piano piano, canzoni che non riesco ad inquadrare in un determinato genere: troppo coinvolgente per essere solo new-age o ambient, completamente privo di “rune” o fronzoli simili per classificarlo neo-folk, come oggi viene purtroppo identificato. Quindi, poiché è impossibile descrivere completamente la bellezza e l’originalità di questa musica, mi limito a dire che Matt è un musicista eccezionale, un autore di grande talento e dotato di una gran voce. Appena potete, seguite questo grande artista in concerto: rimarrete estasiati e rapiti da quel violino!

Dopo essermi ripreso dallo stato d’estasi, e soprattutto dal caldo opprimente del locale, aspetto l’uscita sul palco dei tedeschi BLOODY DEAD AND SEXY. Non li avevo mai visti dal vivo, avevo solo letto qualcosa su di loro su Ascension o su Ritual, non ricordo bene; il palco era addobbato con rose, spine, croci, bambole crocifisse, come le performance death rock anni ’80 (e gia la cosa mi puzzava). Il redattore di Ascension sale sul palco per presentarli; il gruppo appare ed allora capisco tutto: cantante, ciccione, con calze a rete stracciate, truccato di lustrini e treccine tipo bambina cattiva; bassista, ciccione anche lui, truccato da bambola dei film horror e vestito con babydoll; batterista, calvo e più ciccione di tutti. Ma quando ho visto il chitarrista, magrissimo, capello lungo, barbetta e corona di spine sulla testa, praticamente il modello della copertina di ‘Sex, drugs and Jesus Christ’, ho pensato: “nooooo…… l’ennesimo gruppo clone dei Christian Death!”. Ed infatti il loro concerto ha confermato i miei, lo ammetto, pregiudizi: tutte le loro canzoni sembravano le brutte copie dei brani di ‘Deathwish” o di ‘Only theatre…’. E poi sul palco erano dei casinari (timpano della batteria che cadeva), impreparati (microfono che si intrecciava e cadeva anch’esso), scoordinati (cavo del basso che si staccava continuamente e bassista che……cadeva), insomma una confusione tale che non mi ha aiutato a cogliere niente di innovativo, se c’era, in questo death gruppo. Comunque il pubblico presente davanti al palco si è divertito, e questo è ciò che più importa. I tedeschi hanno scatenato, con il loro spettacolo, un entusiasmo appassionato, e sono stati ringraziati con sinceri e caldi applausi; compresi i miei, dato che, bene o male, la loro musica, anche se non brillava di originalità, si poteva ascoltare o ballare. Spero di vederli più maturi in un prossimo concerto.

Adesso tocca nuovamente a Dirk Ivens, questa volta con il suo progetto chiamato DIVE. Ho gia assistito un paio di volte alle sue performance (Lipsia-D 11 giu’00, Neerpelt-B 6 ago‘00) e come allora sono assalito da dilemmi amletici: “qual è il senso della vita? Qual è il senso di Cofferati sindaco di Bologna? Qual è il senso, in un concerto live, di un artista che canta da solo, su basi registrate, come si fa al Festivalbar o nelle più moderne pizzerie o paninoteche?”. Quest’ultimo dilemma è stato oggetto di dibattito tra i patiti del genere industrial e coloro che sostengono che in un concerto bisogna suonare. Non condividendo le due opinioni, mi sono risposto da solo: per quanto riguarda la musica di Dive non c’è altra maniera di proporla dal vivo, ed inoltre non avrebbe senso mettere sul palco due “omarini” armati di tastiere, magari vestiti da tecnomani, che fanno finta di suonare. Tanto vale mettere da parte ogni inutile ed inconcludente polemica ed ascoltare quanto di buono ha da offrirci mr. Ivens . Effettivamente qualcosa di buono c’è in questa performance, nonostante, ripeto, non sia uno dei miei generi preferiti. Dirk sul palco, con quella camicia sempre dannatamente aperta, è un vero animale; magnetico e carismatico, con le sue urla è un autentico fomentatore di folle. Come posso descrivervi quello che le mie orecchie subivano? Hard-trans? Power-electronics? Electro-industrial? Sarei spinto a dire “di tutto e di più”, dato che anche questa volta le casse non hanno resistito e si sono spente per la saturazione. Concludendo, questo concerto di Dive ha lasciato sconvolti sia me, per il mio mal di testa, ma soprattutto la folla, praticamente in delirio; bravo Dirk!

Finalmente siamo giunti al vero motivo che giustifica la mia presenza, e quella di parecchi altri, a questo festival, cioè assistere al concerto dei mitici
RED LORRY YELLOW LORRY. L’età media dei presenti alle prime file si è alzata rispetto a quella dei patiti dell’industrial o del gothic rock. Mi sento meglio circondato da coetanei e l’atmosfera è decisamente cambiata: ci sentiamo tutti trasportati, dal Totem Live di Vicenza, in un piccolo club londinese nei primi anni ’80. Il trio, chitarra basso e batteria, finalmente si presenta sul palco, vestito di camicie giallorosse. Gli accogliamo con tanto calore ed applausi scroscianti, calore purtroppo non corrisposto, dato il loro atteggiamento serioso che avevano mentre suonavano, ma si sa, sono inglesi! I brani si susseguono a ritmo serrato: come veri professionisti, non lasciano spazi tra una canzone e l’altra, se non una decina di secondi ogni quattro brani, quasi come se volessero concentrare tutte le loro energie alla sola esecuzione di quelle perle post-punk. Energia che travolge il pubblico e lo trasforma in una folla danzante ed urlante. Ma che dico danzante, mi sono ritrovato in un isterico, liberatorio, vero e proprio pogo; gia proprio così: signore e signori ecco a voi al Metamatik festival il redivivo pogo. “Soccia ragazzi”, erano anni che non pogavo! L’ultima volta è stato al concerto dei Cramps al ‘Vidia’ di Cesena (5 mag ‘98). Tornando ai nostri eroi, sono dei musicisti impeccabili: non una nota fuori posto abbiamo colto durante il loro concerto. Solo Chris, il cantante, sembrava un pò invecchiato, ma l’esecuzione di brani come ‘Generation’ o ‘Talk about the weather’ lo rendono più giovane che mai. Finita la scaletta, le nostre acclamazioni spingono i tre a procedere con dei bis: fanno addirittura due uscite dove eseguono classici come “Nothing wrong” e “Walking on your hands”, e ci convincono di aver assistito ad un vero e proprio evento (considerando anche il fatto che sono dieci anni non suonano dal vivo al di fuori del loro Regno Unito), e fieri un domani potremo dire:
“Red Lorry? Io c’ero!”

Convinti che dopo i Red Lorry il festival non avesse meglio da offrire, buona parte del pubblico defluisce al bar, agli stands, e a prendere una boccata d’aria o un pò di pioggia. Solo un manipolo di amanti dell’ebm rimane davanti al palco per assistere al concerto degli IN STRICT CONFIDENCE. Anche se stanco ed asfissiato, anch’io rimango a vedere il gruppo tedesco, un pò per curiosità, dato che non li ho mai visti dal vivo, ed un po’ perché mi piacciono i gruppi alla Funker Vogt. La band è formata da Dennis Ostermann alla voce, accompagnato da un tastierista, un chitarrista, ed un batterista. Questa formula live, cioè elettronica più strumenti classici, non può che attirare la mia attenzione e farmi apprezzare meglio un genere che fino ad allora mi limitavo a ballare in pista. Dennis, sul palco è molto coinvolgente, ma quello che mi attrae di più è la sezione ritmica: chitarroni distorti e cavalcate di batteria mi ricordano tantissimo un concerto dei Project Pitchfork a Lipsia (Agra 22 mag‘99). Come allora, tutto il pubblico presente, o quel poco rimasto, risponde a quelle frequenze elettroniche scandite da ritmi incalzanti, con applausi e danze, fino all’ultimo brano. Dopo il secondo bis, stremati dal caldo, il gruppo tedesco lascia il palco del Totem, chiudendo definitivamente la parte live di questo riuscitissimo festival.

Gli adepti dell’ebm, soddisfatti e carenti di ossigeno, abbandonano il locale e si ritrovano a scambiare considerazioni su questa particolare esperienza. La musica in pista comincia, ma non ci va di rientrare in quel forno crematorio; incontriamo gli organizzatori e ci complimentiamo con loro per l’ottimo lavoro svolto, e ringraziandoli per quello che hanno saputo offrirci, ci ripromettiamo di incontrarci al Metamatik 2004. Quindi, dopo interminabili saluti e baci, io ed i miei compagni di ventura Ahndy, Christian, Ivan e Stefano, ci congediamo e prendiamo la via del ritorno, zuppi dalla pioggia ed esausti, ma con il cuore gonfio di emozioni.

Altre foto si possono vedere nella sezione "GALLERY"



di Nico (foto: Nico)
« indietro

 


 

 

 

 
{MENUFOOTER1}
Slowburn ® 2000-2002